Giuliana Poli: Il mercato dell’informazione e della comunicazione è completamente cambiato in modo accelerato negli ultimi decenni. La rapida trasformazione tecnologica ha modificato in maniera repentina i mercati tanto da rendere gli ambienti non solo dinamici, ma anche complessi. Il viatico per trasmettere le sensazioni e un linguaggio emozionale oggigiorno è affidato all’arte e ad una cultura che ha diversi strati e contenuti; a ognuno di noi la scelta di decidere come calibrarne meglio i contorni, alla luce di chi siamo e di cosa vogliamo comunicare nel mondo.
Barbara Pietrasanta, che abbiamo avuto l’opportunità di intervistare, è un artista e professionista della comunicazione e questo connubio, ha dichiarato a noi di Seven Art, è per lei importante poiché ribalta il punto di partenza della funzione dell’arte, non linguaggio per pochi addetti, ma veicolo di messaggi e contenuti, capaci di convertere e lasciare un segno nel mondo. Molto sincera Barbara Pietrasanta è un’artista che non bara, né con sé stessa né con gli altri poiché le piace vivere tutto intensamente e navigare, come ha scritto Dante nel grande mare dell’essere. 

Come nasce la sua passione per l’arte?
Fin da piccola l’unica cosa che avevo certa è che sapevo disegnare. Avrei voluto che il disegno e la pittura diventassero tutta la mia vita ma, dopo il Liceo Artistico, sono andata a lavorare in pubblicità. Erano gli anni ’80 e questo settore era in grande espansione e, non esistendo ancora i computer, il saper disegnare era un plus permettendomi di guadagnare e fare carriera fino ad aprire una mia Agenzia di Comunicazione. Parallelamente ho continuato a coltivare la mia passione, l’arte, dipingendo e realizzando quadri. Sono andata vivere negli Stati Uniti per alcuni anni dove ho lavorato per importanti agenzie di comunicazione e sono entrata in contatto con l’ambiente dell’arte e con artisti americani. Era il tempo in cui ancora molti esponenti della Pop Art erano vivi. Ricordo quando, appesi sui muri del Village, c’erano i volantini con la famosa sfida a boxe tra Andy Warhol e Basquiat

Cosa le ha lasciato New York?
L’idea che tutto fosse possibile, che bastava crederci e un’idea poteva diventare realtà.
New York, seppur piena di contraddizioni, offriva tanti stimoli che venivano dall’incontro di culture differenti che componevano il suo tessuto sociale. Tutto poteva accadere, come incontrare grandi artisti come Christo o Malcom Morley alla Locanda di Giotto, caffè che frequentavo e aperto da un pittore italo-americano (tale Antonio Romano che mi ha insegnato la tecnica dell’affresco e con cui successivamente ho affrescato alcuni locali nel Connecticut) oppure capitare in un locale della 14esima, dove spesso andavo alla sera, e vedere esibirsi Prince e Lenny Kravitz insieme.

Ha frequentato il Chelsea Hotel?
Oh no!  Anche se era un mito. Sapevo che lì erano accadute tante cose, anzi quando passavo davanti, ne avevo quasi paura!

L’ambiente di New York è stato comunque il mio punto di riferimento, d’altra parte è stato il primo ambiente che ha creduto in me, perché la mia prima mostra l’ho fatta proprio a New York, alla Stendhal Gallery nella West Broadway, e l’ho fatta quando avevo 29 anni ed ero già rientrata in Italia, ma spesso continuavo a tornare in America. 

Poi com’ è evoluta la sua arte?
Sono rientrata e ho cominciato ad esporre in Italia grazie a Carla Delia Piscitelli e alla sua galleria in Brera, a Grazia Chiesa e alle bellissime iniziative dello Studio D’Ars. Successivamente ho esposto in India, una mostra itinerante approdata poi in Italia a cura di Francesco Poli, in Istituti di Cultura di diverse città del mondo, in Croazia, in Cina ecc. 

Posso affermare che, alla fine, la mia carriera nella comunicazione si è intrecciata con la mia arte; grazie all’arte ho avuto delle opportunità importanti e grazie alla comunicazione ho avuto modo di seminare e raccogliere nella mia carriera artistica. 

Che rapporto c’è oggi, tra arte e comunicazione?
Il connubio tra arte e comunicazione, nel mio caso, era per garantire il mio sostentamento anche se molti miei colleghi artisti sminuivano il mio lavoro; è solo nell’ultimo decennio che l’arte e la comunicazione si sono intrecciate fino quasi a compenetrarsi in alcuni casi.

Forse dopo vent’anni l’idea di unire l’arte e la comunicazione di Andy Warhol è passata anche da noi.

L’arte come comunicazione strategica del modello americano. 

Prima c’era una frattura dei due mondi, mentre ora si accavallano quindi, com’ è cambiato il linguaggio dell’arte secondo lei?
Sono cambiate tante cose; innanzitutto è cambiato il mondo dell’immagine; tutto è immagine e si può fare arte con qualsiasi mezzo e linguaggio. Attualmente l’artista è diventato imprenditore di sé stesso e questo mi ha fatto gioco, visto che sono una comunicatrice. Ho potuto così mettere a frutto nella mia arte le leve della comunicazione facendo dialogare questi due mondi, oggi meno distanti.

L’Arte secondo lei deve tendere all’armonia o disarmonia?
Mah! Dipende! Formalmente è giusto che sia armonia, che sia sinonimo di bellezza, ma la disarmonia può essere quel punto di rottura che spesso ci deve essere; un po’ come succede nell’arte giapponese, nel concetto di Wabi Sabi, dove si può cogliere la bellezza anche nell’imperfezione, anzi la bellezza è fatta proprio dall’imperfezione perfetta. 

L’armonia nella composizione è comunque fondamentale, mentre la disarmonia per me è rottura degli schemi favorendo percorsi “out of the box”.

La sua arte è figurativa ed è molto attenta allo studio dei corpi
La mia arte è figurativa ed ho sempre trattato le immagini dei corpi per comunicare qualcosa, dei significati sociali; ciò che mi interessa sono le relazioni interpersonali, gli stati d’animo che passano attraverso il corpo, il vissuto umano. Situazioni e soggetti forti, figure al limite dell’ambiguità, travestite e provocatorie.  Però, alla fine, molti soggetti che racconto sono attualmente riferiti più al mondo femminile, chissà forse in essi ricerco me. Spesso ho forse una tendenza esagerata che il mio quadro debba essere chiaro nella sua narrazione, ho bisogno di essere compresa e non fraintesa nel messaggio che voglio dare. 

Come vede l’arte al femminile oggi?
Non lo so, però se ci penso l’ambiente dell’arte è profondamente maschile e anche maschilista anche se ora le artiste donne si stanno affermando. Un uomo ha la strada più facile e la donna deve dimostrare due volte di esser più brava; noi donne siamo sempre messe alla prova. Ho vissuto in tanti ambienti artistici discriminazioni e prove inimmaginabili, certamente più nel mondo dell’arte che in quello della comunicazione.

L’universo femminile ha più facilità di entrare in contatto con la propria parte nascosta anche perché ha imparato storicamente a non nascondere i sentimenti e, comunque, a dare spazio alla sua parte più emotiva. 

Nonostante questo, la donna è osteggiata, tenuta d’occhio sempre con diffidenza, mentre l’artista maschile può permettersi di vivere in modo smodato, bohemienne, folle, anzi, più è folle più è affascinante. All’artista donna questo non è permesso. Spesso quando si dice che una donna è un’artista, l’associazione di idee è che è una pazza, oppure una, che non avendo nulla da fare, è mantenuta dal marito e si diletta a fare l’artista. 

Secondo lei, dove sta andando l’arte?
Domanda difficile. Oggi tutto è stato sdoganato, tutto è stato percorso, quindi non si sa bene cosa sia arte in questo momento storico. Secondo me il saper fare nell’arte è una cosa importante e resta uno dei punti fondamentali. La demonizzazione in Italia del figurativo recentemente la trovo molto ridicola, ma con il figurativo è difficile barare. 

Come ha scritto di me il critico d’arte Michele Buonuomo riferendosi alla mia pittura figurativa: “Barbara Pietrasanta forse, ha scelto la strada più difficile, forse la più vulnerabile. Ma l’unica lungo la quale è impossibile barare.”

Qual’è il suo artista preferito?
Innamoramenti improvvisi ne ho avuti tanti. Se si riferisce al passato Raffaello e Caravaggio sono la mia passione. Ma anche la bellissima mostra del Realismo magico a Palazzo Reale mi ha fatto riscoprire Casorati, Cagnaccio di San Pietro, Severino e altri che suscitano in me emozioni forti. Poi ci sono tanti altri come Nicola Samorì o Bacon, qui è intensa la bellezza rotta dall’elemento di disturbo. Quell’ingrediente di cui si parlava prima.

opera barbara pietrasanta

 

 

Ho davanti il suo quadro…. Usa colori molto delicati, non è un bianco e nero, ma colori sfumati con il grigio, poi magari c’è la macchia di colore che è il punto intorno al quale tutto ruota, come per esempio il giocattolo del bambino. Come mai questa scelta?

Veramente io vedo colori ma molti mi hanno detto la stessa cosa. In questo periodo utilizzo queste tonalità, colori eterei e impalpabili, tra la realtà e il sogno Come è visibile, ad esempio, nella mia serie di “Risvegli”.

Come mai colloca la donna nel sogno?
La donna è in un limbo, tra il sonno e il risveglio, non è nel sogno. Deve ancora compiere un passo per svegliarsi. Intanto però è lì, sospesa…

Forse è uno stato di vuoto!
Si vero. Avendo frequentato molto l’oriente queste tematiche di sogno e di meditazione mi appartengono. Amo i monasteri buddisti dove regna pace e silenzio. 

Il concetto del vuoto appartiene a queste figure, uno stato che sto capendo con l’età, perché mi ha fatto sempre paura.

Non direi, forse non ha paura, ma le piace navigare nel mare dell’essere come ha scritto Dante e buttarsi con passione in questo mare!
Questa espressione è veritiera, mi appartiene, infatti si sposa bene con i miei ultimi  dipinti. 

Ritornando al suo quadro dipinge due donne, una più grande e una ragazza e le due non si guardano, pur essendo collegate da un filo, sembrano vivere due mondi diversi.   Anche la postura dei piedi mi colpisce. 
Non mi sono chiesta perché è una ricerca estetica, ma tutta la gestualità del corpo trasmette emozione. Anche nel rapporto con mia figlia che tra l’altro è la modella del quadro, forse manifesto l’ansia verso il futuro, non dimentichiamo che questo quadro l’ho realizzato durante la pandemia. 

Cosa ti piacerebbe dire alle nuove generazioni di giovani?
Vorrei dire di dubitare di tutto e farsi delle domande.

Credono di manovrare il mondo con la tecnologia, ma non nella realtà, i giovani hanno con il mondo un rapporto mediato, quindi ne hanno paura e stanno anteponendo la tecnologia alle loro vite, alle loro vere idee, hanno paura di buttarsi per essere liberi di esprimere la loro curiosità.


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Giuliana Poli

Giornalista e scrittrice. Coordinatrice di progetti editoriali e di progetti speciali per la Società Dante Alighieri.
Membro permanente del progetto di analisi e sviluppo, per progetti sulle nuove tecnologie, per la certificazione di opere d’arte, con tecnologia blockchain. Membro del Comitato scientifico del Progetto Seven Art della Seven Business srl, per la vendita di opere d’arte fisiche e digitali. Collaborazione, analisi e sviluppo di progetti per tokenizzazione di opere d’arte e creazione di NFT. Ideatrice e responsabile della Rubrica “Decriptazione delle opere d’arte”.